Pagina:De Amicis - Marocco.djvu/168

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158 alkazar-el-kibir

tanti della città s’erano avvicinati all’accampamento.


Appena scemato un po’ il caldo, ci dirigemmo tutti insieme verso la città, a piedi, preceduti, fiancheggiati e seguiti da gente armata.

Vediamo di lontano, passando, un edifizio singolare, posto fra l’accampamento e la città, tutto archi e cupolette, fra cui è chiuso un cortile che ha l’aspetto d’un cimitero. Ci dicono che è una di quelle zauia, ora decadute, che quando fioriva la civiltà dei Mori, contenevano una biblioteca, una scuola di lettere e di scienze, un ospedale per i poveri, un albergo per i viaggiatori, oltre alla moschea e alla cappella sepolcrale; e appartenevano, e appartengono ancora la maggior parte, agli ordini religiosi. — Ci avviciniamo alla porta della città. — La città è circondata di vecchie mura merlate; vicino alla porta per cui entriamo, s’alzano alcune tombe di santo sormontate da cupole verdi. Entrando, sentiamo uno strepito in alto: guardiamo in su. Son grandi cicogne, ritte sui tetti delle case, che battono il becco rumorosamente, come per avvertire gli abitanti del nostro arrivo. Infiliamo una strada: alcune donne si rifugiano in casa, i bambini fuggono. Le case son piccole, senza intonaco, senza finestre, divise da vicoletti oscuri e immondi.