Pagina:De Amicis - Marocco.djvu/255

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da zeguta al tagat 245


qualche momento mi pare di non esser più solo; ma la cavalcata sparisce, e la solitudine mi torna a pesare sul cuore. A un’ora dall’accampamento raggiungo una retroguardia di dodici cavalieri, condotti dal vecchio Abu Ben Gileli, il caid delle cinquanta bastonate, il quale mi lancia uno sguardo terribilmente espressivo rasente la schiena. Sorrido umilmente e passo oltre. Esco dalla bella valle che si dominava collo sguardo dall’accampamento, e m’inoltro in un’altra valle spaziosa, fiancheggiata da alture ripidissime, vestite d’aloé e d’olivi, che formano come due grandi muraglie verdi a destra e a sinistra d’una immensa strada diritta, chiusa, in fondo, da una cortina di monti azzurri. Incontro parecchi arabi, che si fermano per vedermi passare e guardano intorno, stupiti ch’io non sia scortato. Mi assaltano? non mi assaltano? Uno s’accosta a un albero, ne stacca in fretta e in furia un grosso ramo, e mi corre incontro. Ci siamo! Arresto la mula, afferro la pistola. Egli si mette a ridere e mi porge il bastone, spiegandomi che l’ha staccato per me, per picchiare la mula, che non vuol camminare. In quel momento mi vedo venir incontro, di gran galoppo, due soldati della scorta. La mia ora, si vede, non è ancora sonata. I due soldati mi si mettono uno a destra e uno a sinistra, come due cara-