Pagina:De Amicis - Marocco.djvu/256

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246 da zeguta al tagat


binieri, e mandano innanzi il mio quadrupede col calcio dei fucili, — dicendo: — Embasciador! Embasciador! — Li ha mandati l’Ambasciatore a vedere che cosa è accaduto di me. Meritano una ricompensa. Mi fermo, ed offro loro una bottiglietta di vino che porto in tasca. Non dicono nè si nè no; si guardano sorridendo, mi accennano che non ne han mai bevuto. — Assaggiate, — dico io col gesto. Uno prende la bottiglia, versa una goccia sulla palma della mano, dà una leccata e rimane un momento pensieroso. L’altro fa lo stesso. Poi si guardano, si mettono a ridere e fanno cenno di sì. — Bevete dunque. — Uno vuota mezza la bottiglia d’un fiato; l’altro, d’un fiato, la finisce; poi si metton tutti e due una mano sul petto e guardano il cielo cogli occhi luccicanti di voluttà. Ci rimettiamo in cammino. Incontriamo altri arabi, uomini, donne e ragazzi, che mi guardano con grande stupore. Uno, fra gli altri, dice alcune parole, alle quali i soldati rispondono con un brusco cenno negativo. Ho poi saputo che, credendomi arrestato, aveva detto: — Ecco un cristiano che ha rubato all’Ambasciatore. — Si vede qualche villaggio di case bianche sulla sommità delle alture che fiancheggiano la valle; spesseggiano le cube, le palme, gli alberi fruttiferi, i leandri fioriti, i roseti; la campagna è tutta ver-