Pagina:De Amicis - Marocco.djvu/276

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
266 fez


pantofole, quello della terraglia, quello degli ornamenti di metallo, che formano tutti insieme un labirinto di stradicciuole coperte da un tetto sfracellato di canne e di rami d’albero. Passiamo per mercati di verzura affollati di donne che alzano le braccia per maledirci, e usciamo dalla parte centrale della città. Daccapo salite, discese, giri, rigiri, vicoli tetri, passaggi tenebrosi, moschee, fontane, porte arcate, rumor di mulini, cori di voce nasali, donne che si nascondono, un sudiciume che ammorba e un polverio che leva il fiato. Usciamo finalmente per una porta delle mura e facciamo un giro intorno alla città. La città si stende in forma d’un otto immenso fra due colline, sulla cima delle quali torreggiano le rovine di due antiche fortezze quadrate. Di là dalle colline c’è una corona di monti. Il Fiume delle perle divide la città in due, Fez nuova, sulla riva sinistra, Fez antica, sulla destra; e una cintura di vecchie mura merlate e di grosse torri, di un fosco color calcare, rotta in più punti, stringe tutt’intorno la parte antica e la nuova. Dalle alture si domina collo sguardo tutta la città: una miriade di case bianche coronate di terrazze, al di sopra delle quali s’alzano bei minareti lavorati a musaico, palme gigantesche, mucchi di verzura, torricine merlate, cupolette verdi. A primo aspetto, s’indovina la grandezza