Pagina:De Amicis - Marocco.djvu/277

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fez 267


della metropoli antica, di cui la città d’oggi non è più che lo scheletro. In vicinanza delle porte e sopra le alture, per un grande spazio la campagna è sparsa di monumenti e di rovine: cube, case di santo, zauie, archi d’acquedotti, sepolcri, ruderi enormi, traccie di fondamenta che paiono i resti d’una città spianata dal cannone e divorata dalle fiamme. Tra la città e la più alta delle due colline che la fiancheggiano, è tutto un giardino, un bosco fitto e intricatissimo di gelsi, d’olivi, di palme, d’alberi fruttiferi e di pioppi smisurati, vestiti d’edera e di pampini, dove da ogni parte corrono rigagnoli, zampillano fontane e s’incrociano canali, fra spalliere altissime di verzura e di fiori. L’altura opposta è coronata di migliaia d’aloè alti due volte un uomo. Lungo le mura sono grandi scoscendimenti di terreno, fossi profondi, ricolmi di vegetazione; frammenti immani di bastioni e di torri franate; un disordine grandioso e severo di rovine e di verde, che rammenta i tratti più pittoreschi delle mura di Costantinopoli. Passiamo dinanzi alla porta del Ghisa, alla porta di Ferro, alla Porta del Padre delle Cuoia, alla porta nuova, alla porta bruciata, alla porta da aprirsi, alla porta del Leone, alla porta di Sidi Buxida, alla porta del Padre dell’Utilità, e rientriamo, per la porta della Nicchia del burro, nella nuova Fez. Qui