Pagina:De Amicis - Marocco.djvu/324

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e misteriosa come uno spettacolo fantasmagorico, dinanzi alla quale rimanemmo lungo tempo attoniti, nascosti nell’ombra, senza profferire parola.

Andandocene, si vide appesa a un pilastro del cortile una grossa correggia di cuoio con molti nodi. L’interprete domandò a un servo della casa a che cosa servisse:

— A flagellarci — rispose.

Montammo a cavallo, e ci mettemmo in cammino verso casa, accompagnati da uno stuolo di servi del gran vizir, ognuno dei quali portava una grande lanterna. Era buio fitto e pioveva a rovescio. Non si può immaginare lo strano effetto di quella lunghissima cavalcata, di quelle lanterne, di quella turba di gente armata e incappucciata, di quello scalpitìo assordante, di quel frastuono di grida selvaggie, per quel labirinto di strade anguste e di passaggi coperti, in mezzo al profondo silenzio della città addormentata. Pareva una processione funebre per i meandri d’una immensa grotta o un’incamiciata di soldati che s’avanzasse per le gallerie sotterranee d’una fortezza per fare un colpo di mano. A un tratto, il convoglio si fermò, si fece un silenzio sepolcrale e s’intese una voce irata che disse in arabo: — La strada è chiusa! — Un momento dopo si sentì uno strepito precipitoso di colpi. Erano i