Pagina:De Amicis - Marocco.djvu/353

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fez 343


stata più bella della sua! I soldati della scorta ci seguitavano tutti e tre alla distanza d’una ventina di passi, e siccome ogni tanto noi ci chiamavamo l’un l’altro ad alta voce, ed era la prima volta che sentivano i nostri nomi, li trovavano strani, ne ridevano e li ripetevano tra loro con pronuncia moresca, stroppiandoli nella più bizzarra maniera: — Isi! Amigi! — A un certo punto l’ufficiale disse bruscamente: — Scut! (Silenzio!) e tutti tacquero. Il sole era alto, la roccia scottava; anche il capitano, benchè esercitato agli ardori della Tunisia, sentiva il bisogno dell’ombra; per cui, dato un ultimo sguardo alle cime dell’Atlante, scendemmo a rotta di collo, e inforcate alla lesta le nostre selle porporine, ripigliammo la via di Fez, dove si ebbe un’amena sorpresa. La porta di El-Ghisa per la quale dovevamo rientrare in città, era chiusa! — Entriamo per un’altra, — disse il Comandante. — Son tutte chiuse, — rispose l’uffiziale della scorta; e vedendoci stralunar gli occhi, ci spiegò il mistero, dicendo che ogni giorno di festa (era venerdì), fra mezzodì e il tocco, che è l’ora della preghiera, si chiudono tutte le porte di tutte le città, perchè è credenza dei Mussulmani che sarà in un giorno di festa, e appunto in quell’ora, che, non si sa in qual anno, i cristiani s’impadroniranno con un colpo di mano del loro paese.