Pagina:De Amicis - Marocco.djvu/352

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magnificenza di verde, una limpidezza di cielo, un silenzio, una quiete che beava l’anima. Chi direbbe che in questo paradiso terrestre sonnecchia un popolo decrepito, incatenato sopra un mucchio di rovine! Il monte che, visto dalla città, pareva un cono, ha invece una forma allungata, e sulla sommità è tutto roccia. Il capitano era salito sulla punta più alta; noi tre, più curanti della vita, ci sparpagliammo tra le roccie più basse, e ci perdemmo di vista. Fatti pochi passi, all’uscita d’una piccola gola, mi trovai faccia a faccia con un arabo. Mi fermai; si fermò e parve molto meravigliato di vedermi solo. Era un uomo sui cinquant’anni, d’aspetto truce, armato d’un grosso bastone. Ebbi un momento il sospetto che mi volesse accoppare per pigliarmi la borsa; ma con mio gran stupore, invece di assalirmi, mi salutò, sorrise e accennando il mio mento con una mano e accarezzando la propria barba coll’altra, disse due o tre volte non so cosa, che mi parve una domanda, a cui gli premesse d’aver risposta. Punto dalla curiosità, chiamai l’ufficiale della scorta che sa qualche parola di spagnuolo, e lo pregai di dirmi che cosa voleva quell’uomo. Chi l’avrebbe mai potuto immaginare! Per farmi un complimento, e che altro poteva essere? mi aveva domandato così ex abrupto perchè non mi lasciassi crescere tutta la barba, che sarebbe