Pagina:De Amicis - Marocco.djvu/466

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456 sul sebù


che non era più possibile star coricati. Provai a metter la mano in terra fuori della tenda: la terra era rovente. Nessuno parlava più. Solo di tratto in tratto si sentiva qualche languida esclamazione: — È una morte. — Non si può più resistere. — Si diventa matti. — S'affacciò un momento l'Ussi, cogli occhi fuori della testa, alla porta della tenda, mormorò con voce soffocata: — Si muore — e disparve. Diana, la povera bestiuola, accovacciata accanto al letto del Comandante, ansava in maniera da far temere che morisse di momento in momento. Fuori della tenda non si sentiva una voce umana, non si vedeva nessuno, tutto era immobile come in un accampamento abbandonato. I cavalli nitrivano in suono lamentevole. La lettiga del medico, vicina alla nostra tenda, crepitava come se si volesse spezzare. A un tratto si sentì la voce di Selam che gridò passando di corsa: — Se ha muerto un perro! (È morto un cane). — E uno! — rispose con voce fioca il Comandante, faceto fino alla morte. Al tocco il termometro segnava quarantasei gradi e mezzo. Allora cessarono anche i lamenti. Il Comandante, il viceconsole ed io stavamo distesi in terra immobili come corpi morti. In tutto l'accampamento, il capitano e l'Ambasciatore erano forse i due soli cristiani che dessero ancora