Pagina:De Amicis - Marocco.djvu/465

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

sul sebù 455


anche il mettere insieme soggetto, verbo e attributo, smettemmo di parlare e tentammo di dormire. Fu un tentativo inutile. I letti caldi, le mosche, la sete, l'affanno non ci lasciavano chiuder occhio. Dopo aver molto sbuffato ed esserci molto dimenati, ci rassegnammo a star svegli, cercando d'ingannare il tempo in qualche modo. Ma non v'era modo. Sigari, pipe, libri, carte geografiche, tutto ci cadeva di mano. Provai a scrivere: alla terza riga la pagina era fradicia dal sudore che mi cadeva dalla fronte come acqua da una spugna spremuta. Mi sentivo tutto il corpo percorso da innumerevoli rigagnoli che s'intersecavano, s'inseguivano, formavano dei confluenti e dei ringorghi, e venivan giù per le braccia e per le mani fino ad annacquarmi l'inchiostro sulla punta della penna. In pochi minuti, fazzoletti, asciugamani, veli, tutto ciò che poteva servire ad asciugarci, era inzuppato che pareva stato immerso in un secchio. Avevamo un barile pieno d'acqua: provammo a bere: era bollente. La buttammo via: aveva appena toccato terra, che non se ne vedeva più traccia. A mezzogiorno il termometro segnava quarantaquattro gradi e mezzo. La tenda era un forno. Tutto quello che toccavamo, scottava. Mi posi una mano sulla testa: mi parve di metterla sopra una stufa. Il letto ci scaldava le reni a segno