Pagina:De Amicis - Spagna, Barbera, Firenze, 1873.djvu/8

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2 barcellona.


dall’annunziare un viaggio di piacere. Per tutta la strada, da Torino a Genova, non pensai che a mia madre, alla mia camera che restava vuota, alla mia piccola biblioteca, alle care abitudini della mia vita casalinga, alle quali davo un addio per molti mesi. Ma giunto a Genova, la vista del mare, i giardini dell’Acquasola e la compagnia di Anton Giulio Barrili, mi restituirono la serenità e l’allegrezza. Ricordo che mentre stavo per scender nella barca che mi doveva condurre al bastimento, mi fu data una lettera da un fattorino d’albergo, nella quale non erano che queste parole: «Tristi notizie di Spagna. La condizione d’un italiano a Madrid, in tempi di lotta contro il Re, sarebbe pericolosa. Persisti a partire? Pensaci.» Saltai nella barca, e via. Poco prima che il bastimento partisse, vennero due uffiziali a dirmi addio: mi par ancora di vederli ritti in mezzo alla barca, quando il bastimento cominciava a muoversi.

“Portami una spada di Toledo!” gridavano.

“Portami una bottiglia di Xères!”

“Portami una chitarra! Un cappello andaluso! Un pugnale!”

Di lì a poco non vidi più che i loro fazzoletti bianchi, e udii il loro ultimo grido; tentai di rispondere, ma la voce mi restò strozzata a mezza gola; mi misi a ridere, e mi passai una mano sugli occhi. Poco dopo mi rintanai nel mio bugigattolo, e addormentatomi d’un sonno delizioso, sognai i consigli di mia madre, il portamonete, la Francia, le Andaluse. All’alba saltai su, e salii subito a poppa: