Pagina:De Amicis - Sull'Oceano, 1889.djvu/357

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In extremis 353


Il marsigliese diceva: Je me suìs enormèment amusè. E il mugnaio fingeva di legger l’album di bordo! I camerieri intanto riferivan le prime notizie. Il mare aveva portato via varie lance, strappato e travolto le stie dei tacchini, annegato due buoi, sfondato uno sportello dell’opera morta di prua. Un marinaio, scaraventato contro l’albero di trinchetto, s’era ferito gravemente alla testa. L’osteria era stata mezzo sconquassata. Ma il poderoso corpo del Galileo non aveva patito altri danni, e non s’era arrestato un minuto; e a quella notizia rinasceva e si vedeva risplendere negli occhi di tutti il sentimento già umiliato dell’orgoglio umano, la fede ardita nell’opera dell’industria e della scienza dei propri simili; sulla quale quella immane forza dell’oceano ostile non aveva potuto far altro che minacce ed insulti, di cui appena c’eravamo accorti, e che già eran dimenticati. E non dimeno all’aprirsi della porta della sala, che equivaleva al permesso d’uscire, misero tutti un sospiro di soddisfazione, come se allora soltanto si fosse veramente certi che era tutto finito. Ah! rieccolo dunque, il formidabile animale! Ci torniamo a guardar faccia a faccia. Ma com’era brutto ancora, e malauguroso! Grandi

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