Pagina:De Cesare - Roma e lo Stato del Papa I.djvu/271

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viaggio del papa nelle provincie 253

Cesena, e i liberali moderati, ch’egli chiamava «costituzionali», a Bologna. Del Minghetti e del Montanari, suoi ministri nel 1848, eragli rimasta non sgradita memoria. Aveva veduto il Pasolini a Roma, un anno prima, ed era sicuro che l’avrebbe riveduto ad Imola ed a Ravenna.

La guarnigione austriaca, con relativo stato d’assedio, e la polizia pontificia, stavano mallevadrici dell’ordine, sino a dileguare qualsiasi timore, mentre il segretario di Stato, alla sua volta, faceva, ai delegati e ai governatori, assoluto divieto di autorizzare convocazioni straordinarie dei Consigli municipali, per evitare ogni occasione di dimostrazioni, o di richieste imprudenti. Nel tempo stesso si lasciavano venire deputazioni dalle provincie in Roma, per invitare il Papa a fermarsi nelle principali città delle regioni. Quella di Bologna, composta dei marchesi Guidotti e Marsili, e dei prelati Alberghini e Ricci, fu la prima ad essere ricevuta, e ad essa Pio IX promise di visitare la sua cara Bologna. Ancona mandò tre deputazioni, alle quali fece promesse rassicuranti, come ne fece altresì ai delegati d’Imola e di Ravenna, e solo al conte Beni, rappresentante di Urbino, il Papa rispose che avrebbe fatto il possibile, ma non poteva prendere impegno di spingersi fin lassù.

Era il primo viaggio di Pio IX in quelle provincie, e fu anche l’ultimo. Nato di qua dalla Cattolica, e già vescovo d’Imola, erano a lui note, ma con apriorismi ecclesiastici, le condizioni delle Legazioni, nè era la mente di lui la più adatta ad intuirle. Nelle Legazioni e nelle Marche imperava sempre l’Austria; e se le fucilazioni erano divenute più rare, lo stato d’assedio durava sempre; e se l’anarchia, di cui quelle provincie furono sanguinoso teatro dal finire del 1848 fino al 1856, era stata repressa, la repressione aveva lasciato un lievito di odii, e un desiderio di vendette così pungente, che se Pio IX avesse potuto penetrare nella coscienza pubblica, avrebbe riportata la convinzione, che i desideri si potevano condensare in uno solo: essere col Turco, anzichè con Roma. Lo spirito laico delle classi dirigenti, nelle città; l’indole della razza, e i nuovi orizzonti aperti dopo la guerra di Crimea, ed il Congresso di Parigi, lasciavano vedere quanto fosse fragile il filo, che univa quelle provincie a Roma, come si vide due anni dopo, appena parti-