Pagina:De Marchi - Demetrio Pianelli, 1915.djvu/181

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za di reagire, forse per la paura che il pianto non le lasciasse il tempo di dire tutto quello che era venuta per dire.

— Per amore del nostro povero papà, zio, non ci tolga la sua benevolenza....

Il cane venne anche lui a posare le due zampe sulle ginocchia di Demetrio.

Capiva anche lui che la fanciulla cercava di intenerire lo zio: la voce piagnucolosa della bimba faceva tremare la povera bestia.

Demetrio si contrasse nella sua scontrosità come una foglia secca. I nervi del viso guizzarono sotto la dura corteccia. Non era più il credenzone, l’allocco d’una volta, e non per nulla il cavalier Balzalotti avevagli insegnata l’arte di stare al mondo. Le donne quali più quali meno, sono tutte commedianti, specialmente certe donne....

— Già, sono io che vi faccio patire la fame! — brontolò agitandosi sulla sedia. — Si dirà anche questa. Io sono il ladro, il pedante, il tiranno, e se vi dò un buon parere è per fare il mio interesse, si sa. Io ho le olle in cantina piene di marenghi.... Vieni avanti, mangia!

Demetrio aveva versato, colla mano convulsa, il latte nella scodella, che spinse colla mano fino all’orlo del tavolo, mettendo vicino un pane.

— E lei? — balbettò la fanciulla.