Pagina:De Roberto - Gli amori.djvu/103

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urtò un poco: Bernazzi si voltò di scatto dicendo, con un tono di voce irriconoscibile: «Malaccorto!...» Quel povero diavolo biascicò uno «Scusi!» sommesso e tirò via rapidamente. Io proposi:

— Torniamo indietro?

— A patto che non si vada a finire in Galleria.

Bernazzi, l’uomo senza volontà, mettere un patto! Bernazzi, la compitezza in persona, apostrofare a quel modo uno sconosciuto colpevole di non averlo potuto cansare a tempo! Io ci perdevo il mio latino.

Arrivati che fummo sotto i Portici, egli volle rifare il Corso; ma ero stanco e proposi di andarcene a sedere al Savini.

— Il Savini mi secca. Andiamo all’Accademia.

— Ma tu stasera hai qualche cosa! — non potei trattenermi dall’osservare. — Ti senti poco bene?

— Io? Benissimo.

M’obbligò a fare il giro da Santa Radegonda, e durante la via non pronunziò più di due parole.

— Puoi negare quanto ti piace, — insistetti; — ma tu sei di malumore.

Eravamo dinanzi al Caffè. Bernazzi mi prese per il braccio, mi condusse a un tavolino appartato e disse:

— Senti un poco quel che m’accade!

Il tavoleggiante si presentò a chiedere le nostre ordinazioni. Bernazzi lo guardò come avrebbe guardato una bestia rara, ed anch’io l’avrei volentieri mandato via, curiosissimo com’ero di sentire quella confidenza che il mio amico, per l’irritazione che lo dominava, poteva pentirsi da un momento all’altro di farmi. Ma appena ebbi chiesto il primo liquore che mi venne a mente, Bernazzi chinò il capo in atto di assenso alla mia scelta e riprese:

— Senti un poco che cos’ho. T’ho detto che son partito da Bologna l’altr’ieri, col diretto delle 11 e 55? Non fa nulla, te lo dico adesso. Arrivo tardi alla stazione, appena in tempo per prendere il biglietto; entro sotto la tettoia che il capo-treno sta gridando: «Partenza!» e che il conduttore gli risponde: «Pronti!» Non so dove ficcarmi, quando a un tratto