Pagina:De Sanctis, Francesco – Giacomo Leopardi, 1961 – BEIC 1800379.djvu/202

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
196 giacomo leopardi

tesio, Leibnizio, Malebranche, Pascal non gli erano ignoti, quantunque non risulti che ci abbia fatti sopra studi peculiari. Quando, sopraccarico di studi classici, si gittò ai moderni, cominciò con la lingua italiana, e per consiglio di Giordani fece studio paziente de’ trecentisti, e voltatosi poi alla filosofia o, come egli dice, alle cose, non poté sottrarsi all’influenza di Voltaire, di Locke, di Condillac. La lettera che scrisse a Jacopssen nel suo ritorno da Roma è in linguaggio prettamente di sensista; fino la virtù è chiamata sensibilità: «je ne jais aucune différence de la sensibilité á ce qu’on appelle vertu».

Questa lettera, scritta con chiarezza e fermezza di linguaggio filosofico, suppone non solo una lunga elaborazione di questa materia, ma ch’essa sia già nella mente dello scrittore architettata a modo di sistema. E il sistema non rimane nella mente, anzi penetra in tutte le forme della sua esistenza, attinge tutto l’uomo. Questo fa la sua differenza da Schopenhauer, suo coetaneo, il quale nel 1819, quando Leopardi scriveva gl’ldillii, pubblicava la sua opera principale sulla Volontà. S’incontrano nello speculare; ma nel tedesco la speculazione ha nessunissima influenza sulla vita, dove in Leopardi è tutta la vita in tutte le sue forme. Quel complesso di idee e di sentimento, che a poco a poco s’era andato raccogliendo nel suo spirito in forma di sistema e che fu la sua filosofia, diviene lo spirito de’ suoi versi e delle sue prose; uno spirito originale, fuori dell’ambiente comune, espressione di una personalità spiccata ed indipendente. Così Leopardi acquistò un carattere ed una fisonomia.

E a quel tempo mirava pure a farsi una forma propria nel verso e nella prosa, secondo certi tipi che gli giravano per la mente. La grande difficoltà era soprattutto per la prosa. Scriveva prima un italiano mezzo francese, poi cadde nell’affettazione del purismo; vagheggiava un tipo di prosa semplice ed efficace, e non lo contentava Giordani; assai meno padre Cesari. Già fin da parecchi anni scriveva pensieri, note, riflessioni, prosette satiriche, abbozzi e progetti; il tutto tirato giù alla buona, in forma provvisoria, che pur ti colpisce per la chiarezza e la concisione. Fece pure volgarizzamenti dal greco, nei quali è visibile