Pagina:De Sanctis, Francesco – Giacomo Leopardi, 1961 – BEIC 1800379.djvu/257

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

xxxiv. a pisa 251

perché il continuo esercizio de’ nervi e muscoli del capo, senza il corrispondente esercizio di quelli delle altre parti del corpo, produce quello squilibrio totale nella macchina, che è la rovina infallibile degli studiosi, come io ho veduto in me per così lunga esperienza... Qui per tutto decembre abbiamo avuto ed abbiamo una temperatura tale, che io mi debbo difendere dal caldo più che dal freddo. Oltre la passeggiata del giorno, esco anche la sera, spesso senza terraiuolo; leggo e scrivo a finestre aperte.

Al padre scrive:

Ho qui parecchi amici, e più ne avrei se volessi far visite; perché da per tutto mi è usata assai buona accoglienza.

In casa Cioni conobbe il Colletta, e conobbe anche il Carmignani e Rosini. E dice al padre:

Qui tutti mi vogliono bene, e quelli che parrebbe dovessero guardarmi con più gelosia sono i miei panegiristi ed introduttori, e mi stanno sempre attorno.

Questo non vuol dire che a volta non si lagni del mal di nervi e dello stomaco e degli intestini, e che trema da mattina a sera, e che non può studiare. All’Antonietta dice:

Questi miei nervi non mi lasciano più speranza; né il mangiar poco, né il mangiar molto, né il vino, né l’acqua, né il passeggiare le mezze giornate, né lo star sempre in riposo, insomma nessuna dieta e nessun metodo mi giova. Non posso fissare la mente in un pensiero serio per un solo minuto, senza sentirmi muovere una convulsione interna.

Il 5 maggio del 1828 scrive a Giordani:

La mia vita è noia e pena: pochissimo posso studiare, e quel pochissimo è noia medesimamente... La mia salute è sempre tale da farmi impossibile ogni godimento: ogni menomo piacere mi ammazzerebbe: se non voglio morire, bisogna ch’io non viva.