Pagina:De Sanctis, Francesco – La giovinezza e studi hegeliani, 1962 – BEIC 1802792.djvu/16

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10 la giovinezza

una signorina che al vedermi così levò un gran grido, ed io come risvegliato scesi. A quel grido corsero mio cugino e la zia e mi videro scendere, e riferirono tutto allo zio, il quale comandò fossi condotto innanzi a lui. Ma non ci fu verso. Io per vergogna m’ero chiuso nel licet, e non volevo uscire. Allora venne lo zio dentro, e mi tirò per il braccio, e disse afferrandomi per l’orecchio: — Ciccillo, oggi tu sei rinato; ricordati questo giorno— . E in verità, questo giorno dell’Ascensione non mi è uscito più di mente. Un’altra volta innanzi a un uditorio scolastico rappresentammo una così detta tragedia, che non era altro se non scene staccate del Tasso da noi impasticciate e declamate, e l’autore di questo bel pasticcio ero io, e molti erano i complimenti e le strette di mano, e io mi pigliavo tutto con l’aria di chi crede di meritare ancora di più.

A farla breve, in quei cinque anni di corso sapevo a mente una gran parte di Virgilio, di Livio, di Orazio, della Gerusalemme liberata e dei drammi di Metastasio, oltre un’infinità di frasi e di pezzi staccati dai molti libri che si erano studiati. Dalle letture particolari mi veniva un’enorme quantità di notizie, di aneddoti, di sentenze, tutto rimescolato cosí a casaccio nel mio cervello. Non c’era ancora un giusto criterio per distinguere l’utile, il bello, il vero, l’importante. In quella farraggine entravano con pari dritto anche le cose più goffe e più volgari. Le Notti di Young, le tragedie di Voltaire, la Sofonisba del Trissino mi parevano cose grandi. Soprattutto ero molto innamorato delle Notti di Young, e recitavo con grande enfasi i pezzi più romorosi. Avevo in capo un materiale enorme indigesto, che mi faceva l’effetto d’una grande ricchezza, e mi credevo da senno il più dotto uomo d’Italia, e avevo appena quindici anni. Certo, nessuno dei miei compagni aveva letto tanti libri, sapeva tante cose. C’era di che averne il capogiro. Parlavo con gli occhi che mi scintillavano, con gesti pronti e risoluti, e mi perdonavano tutto, mi accarezzavano il mento, come a un caro fanciullo viziato. Ma, a trarre il sugo, di greco sapevo poco, il latino non mi entrava se non dopo laboriosa costruzione, e non ero in grado di leggerlo e tanto meno di scriverlo; scrivevo l’italiano