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| 150 | storia della letteratura italiana |
virtú che consiglia», e l’esser «mobile ad ogni cosa che piace», l’esser «presta ad amare»[1].
L’appetito (affetto, amore) la tira verso il bene[2]. Ma nella sua ignoranza non sa discernere il bene, segue la sua falsa immagine e s’inganna. L’ignoranza genera l’errore, e l’errore genera il male[3].
Il male o il peccato è posto nella materia, nel piacere sensuale[4].
Il bene è posto nello spirito: il sommo bene è Dio, puro spirito[5].
L’uomo dunque, per esser felice, dee contrastare alla carne e accostarsi al sommo bene, a Dio. A questo fine gli è stata data la ragione come consigliera: indi nasce il suo libero arbitrio e la moralitá delle sue azioni[6].
La ragione per mezzo della filosofia ci dá la conoscenza del bene e del male. Lo studio della filosofia è perciò un dovere: è via al bene, alla moralitá. La moralitá è la «bellezza della filosofia»[7]: è l’etica, regina delle scienze, «il primo cielo cristallino».
A filosofare è necessario amore. L’amore (appetito) può esser sementa di bene e di male, secondo l’oggetto a cui si volge. Il falso amore è «appetito» non «cavalcato dalla ragione». Il vero amore è studio della filosofia, «unimento spirituale dell’anima con la cosa amata».
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- Esce di mano a Lui, che la vagheggia,...
- l’anima semplicetta che sa nulla... (Purg., xvi, 85 e 88).
- Innata vi è la virtú che consiglia... (Purg., xviii, 62).
- L’animo, ch’è creato ad amar presto,
- ad ogni cosa è mobile che piace (Purg., xviii, 19-20).
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- Ciascun confusamente un bene apprende (Purg., xvii, 127)
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- Immagini di ben seguendo false (Purg., xxx, 131).
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- Le presenti cose
- col falso lor piacer volser miei passi (Purg., xxxi, 34-5).
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- Solo il peccato è quel che la disfranca
- e falla dissimile al sommo bene (Par., vii, 79-80).
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- Questo è il principio, lá onde si piglia
- cagion di meritare in voi... (Purg., xviii, 64-5).
- Color che ragionando andâro al fondo,
- s’accorser d’esta innata libertade,
- però moralitá lasciâro al mondo (Purg., xviii, 67-9).
- ↑ Convito, iii, 15.