Pagina:Deledda - Chiaroscuro.djvu/119

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padrona e servi 113


nando qua e là la scena. Pareva un bivacco; lunghi archibugi e lunghi coltelli entro guaine istoriate e frangiate, selle e freni, cappotti e mantelli d’orbace pendevano dalle pareti scure; bisaccie di lana, tigrate come pelli di leopardo, borse di cuoio, cartucciere, corni per la polvere da sparo, sopragiacche di pelli lanose si ammucchiavano qua e là sul pavimento; e nella penombra gli uomini giacevano buttati per terra, chi di fianco, chi supino, vestiti di rosso e di nero, coi capelli oleosi, con le brache di saja, con la vita cinta da striscie di cuoio ricamate.

Come svegliati dalla sola presenza della padrona, in un attimo furono tutti in piedi, pronti al comando. Il più vecchio sembrava Amsicora, con la lunga barba bianca a riccioli e gli occhi neri ancora vividi; il più giovane sembrava Aristeo, con le treccie nere dietro le orecchie, il viso olivastro, la bocca rossa e gli occhi verdazzurri come le foglie delle tamerici quando riflettono il colore del cielo al meriggio. La padrona si rivolse a lui.

— Sadurru, figlio mio, va su dal vecchio.

Il servo attraversò coi suoi passi rumorosi le stanze e i corridoi ancora scuri: sull’uscio del padrone incontrò la serva giovane che usciva frettolosa e si urtarono maledicendosi come due nemici.

— Ragazzo, — gli disse il padrone, i cui occhi s’erano accesi come fiammelle, — va nel mio ovile e di’ ai servi che spingano l’armento dalla mia alla tanca di mia moglie.