Pagina:Deledda - Chiaroscuro.djvu/160

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154 la scomunica


zoletto bianco le fasciava metà del viso, lasciando appena scorgere un profilo pallido da ebrea e due grandi occhi neri foschi di sofferenza.

— Eccola, — pensava il parente, legando la bisaccia all’arcione, — dove va adesso la vecchia bajana (zitella) avara? Da qualche tempo è presa dalla smania dei viaggi, dopo che per quarantanni non si è mossa per non lasciar soli i suoi quattrini nascosti nel muro.

— E dove andiamo, cugina Annì? Ah, a Nollòro? Cosa vai a fare? A consultar la maga?

Ma la donna non aveva voglia di scherzare: con una mano si stringeva la guancia, tanto i denti le facevano male, e sottovoce non cessò di dare avvertenze alla serva fedele, finchè questa non si chiuse ben dentro il cortile circolare, il cui muro, elevato un po’ più tutti gli anni, a misura che cresceva la pecunia della padrona (pensava il cugino povero) sembrava quello di una fortezza dell’epoca dei nuraghes.

Il paesetto taceva, nero nell’alba argentea, coi suoi cortili chiusi, le case basse senza finestre, gli orticelli coi melograni in fiore, misterioso e triste come un villaggio i cui abitanti fossero stati esiliati: e quei due passarono silenziosi, la donna con la mano sulla guancia, l’uomo rigido in sella, con la berretta ripiegata alla sommità del capo e il fucile sull’omero. Una pianura selvaggia s’apriva davanti a loro: al sorgere del sole le roccie giallastre sparse tra il verde parvero blocchi d’o-