Pagina:Deledda - Chiaroscuro.djvu/161

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la scomunica 155


e le macchie del timo e del mirto fiorito vibrarono di gorgheggi come se tutti i fiori cantassero nel bel mattino di maggio.

La donna pregava; l’uomo guardava i pascoli calcolando a quanto bestiame potevan bastare, e sputava dall’alto del suo cavallo che procedeva sempre puntiglioso d’andar avanti.

— Come va la mascella, cugina Annì?

— Va un po’ meglio, lodato sia Cristo.

— Allora hai detto, andiamo a Nollòro? Passiamo davanti alla chiesa di Sant’Elia o attraverso la foresta? Qui facciamo più presto, ma ci sono i valentuomini. Per me sono tranquillo come un bambino nella culla, ma per te.... cugina!

— Assalire me e assalire un pellegrino è la stessa cosa! Lo sai che son povera.

— Alla forca le bugie! — egli disse, con la sua allegria goffa. — Cambiamo posto? Tu sotto la tettoia, io nella tua camera con le chiavi in mano.

Ella scuoteva la testa, ma stringeva le labbra con un vezzo speciale alle paesane sarde denarose.

— Ci vorrebbero quei valentuomini, per farti dire la verità, cugina Annì! Essi, nelle grassazioni, usano far sedere nude sul trepiede infocato le persone che non si decidono a tirar fuori i denari.

— M’han messo i dottori, sul trepiede ardente, Juannì, cugino mio! Sì, con questo male ai denti, dopo il male delle orecchie e quel