Pagina:Deledda - Chiaroscuro.djvu/171

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

la scomunica 165


di denti o altro malessere, ma dentro sentiva quel freddo e quel buio crescere, come se la vita davvero le si vuotasse intorno come un sacco bucato.

Ma ciò che era più terribile, dopo i primi tempi, era la diffidenza che sentiva per tutti. Sì, anche di Vissenta diffidava, adesso, e il demonio le suggeriva tanti brutti pensieri. Ma taceva: anzi aveva paura di lasciar trapelare il suo tormento per non offendere e far scappare la vecchia serva di cui aveva assoluto bisogno.

In settembre licenziò il cugino Juanniccu.

L’annata era stata pessima, ed ella, senza denaro, senza grano e senza fave in casa, senz’uva nella vigna e senz’allegria in cuore, pensava continuamente alla statuetta seppellita lassù nella foresta di Sant’Elia e aspettava l’autunno con la speranza che l’umido facesse marcire l’oggetto abbominevole, e così cessassero gli effetti della scomunica.

Infatti verso la fine dell’anno si sentì un po’ sollevata moralmente e anche forte di salute: tra una cosa e l’altra aveva rimesso a parte una colonnina di monete e con l’aiuto di Dio e col passar degli anni sperava che la colonnina s’alzasse tanto da precipitare e ridiventar mucchio.

Bastava non andar in giro per il mondo e non aver fiducia negli uomini. Sorrideva, pensando alle idee che le eran passate per la mente; e una sera d’inverno, accanto al focolare, raccontò tutte le sue cose a zia Vissenta.