Pagina:Deledda - Chiaroscuro.djvu/213

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la volpe 207


ruminava tranquillamente il suo pane di orzo inzuppato nell’acqua fresca. Il cane da una parte, il gatto dall’altra. Il sole entrava obliquo dalla porticina e il vento di maggio portava via la puzza di cuoio e di selvatico che il vecchio emanava.

— Ebbene, come andiamo?

— Bene, lo vede, — disse Zana, non senza un lieve accento di disprezzo.

— Lo vedo, sì! Quanti anni avete, ziu Tomas?

— Ancora li ho, sì! — disse il vecchio mostrando un avanzo di denti neri.

— Ha capito i denti! Nonno, — disse Zana curvandosi sul vecchio e mostrandogli le mani con le dita, tranne il pollice destro, tutte aperte, — così, vero?

— Sì, novant’anni, salvo Dio.

— Salute e a cento anni, anzi a più di cento! E tu, Zana, sei rimasta sola con lui?

Ella gli raccontò com’erano morti tutti i suoi parenti, gli zii, le zie, le cugine, i vecchi, i bambini; e parlava della morte con calma, come di un avvenimento semplice e senza importanza. Il nonno capiva ciò che ella diceva e approvava; ma quando il dottore si volse a lui gridando:

— Cambiar vita!.... Pulizia, carne arrosto, buon vino! E far divertire Zana, ziu To’!

Il vecchio domandò:

— Quando torna?

— Chi?

— Oh, — disse Zana, — è che aspetta il