Pagina:Deledda - Chiaroscuro.djvu/217

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la volpe 211


medico e le ordinò una medicina. Zana assisteva la sua vicina di casa: versò la medicina nel cucchiaio, guardandola attraverso la luce rossastra della lucerna ad olio e mormorò:

— Non sarà veleno, no?

Poi tornò nel suo cortiletto ove il dottore stava seduto sulla seggiolina dipinte. Era una sera ai primi di giugno, calda già e profumata. Notte d’amore e di ricordi! E questi salivano, dolci e amari, dal passato scuro e tortuoso del dottore, come dalla valle scura e tortuosa saliva l’odore dolce e amaro dell’oleandro. Egli avvicinò la seggiolina al muricciuolo ove Zana s’era seduta, e cominciarono i soliti discorsi. Qualche pastore passava nella straducola, senza impressionarsi troppo se nel patiu di ziu Tomas sentiva la voce del dottore. Oramai tutti credevano che questi facesse regolarmente la corte a Zana e ai denari del vecchio, ed erano convinti che Zana l’avrebbe accettato, altrimenti non si sarebbe lasciata avvicinare così. Del resto quei due, nel cortiletto, parlavano di cose in apparenza innocenti, di erbe, di fiori velenosi, di medicamenti.

— L’oleandro? No, quello non è velenoso ma la cicuta, sì. La conosci?

Su buddaru? Chi non la conosce?

— Ebbene, è l’erba sardonica. Fa morire ridendo.... come fai tu!

— Mi lasci il polso, dottore! Non ho la febbre, come zia Lenarda.