Pagina:Deledda - Chiaroscuro.djvu/216

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210 la volpe


a cui il vento tiepido, il cielo azzurro desolato, il sole chiaro, davano una tristezza ineffabile, se ne andava alla sera nel patiu di ziu Tomas e sedeva a cavalcioni sulla seggiolina dipinta, davanti alla siepe carica di lucciole e di stelle, ella scherzava con lui e gli domandava come vengono certe malattie, come si curano, come si fanno le medicine, come si fanno i veleni, e parlava calma di molte cose, ma non domandava il piacere desiderato dalla sua vicina di casa.

Qualche volta questa, seduta sul muricciuolo, filava al buio e prendeva parte alla conversazione. Ciò dava noia al dottore che, dopo aver convinto il vecchio a coricarsi presto, perchè l’aria della sera fa male ai sordi, voleva star solo con Zana. La donna parlava sempre della tosatura.

— Vedesse che festa, Vostra signoria mia! Neanche alla festa di San Michele e di San Costantino c’è tanto spasso. Io l’inviterei, se venisse Jacu. Ma senza Jacu la festa parrebbe un funerale.

— Ebbene, volete sentirla, buona donna mia? Solo nel caso che voi foste malata accorderebbero il permesso al vostro Jacu! Ma voi state bene come una pasqua.

Allora ella cominciò a lamentarsi: aveva tanti malanni, dopo che non c’era il suo Jacu; adesso, poi, l’avvicinarsi dell’epoca della tosatura le dava un vero affanno mortale. Per convincer meglio il dottore ella si mise a letto: ed egli si lasciò intenerire e fece il certificato