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230 la cerbiatta


leccava il latte della ciotola. — Adesso ti avranno legata, ti avranno squartata. Questo era anche il tuo destino....

E tutti i suoi ricordi più amari tornavano a lui; tornavano, orribili e deformi, come cadaveri rimandati dal mare.

Il giorno dopo e nei seguenti cominciò a litigare col servo, costringendolo a licenziarsi.

— Va, che tu possa romperti le gambe come le avrai rotte alla povera cerbiatta.

Malafazza sghignazzava.

— Sì, gliele ho rotte! L’ho presa al laccio, le troncai i garretti e la portai così a un cacciatore. Ho preso tre franchi e nove reali: li vedete?

— Se non te ne vai ti sparo.

— Voi? come avete sparato contro l’amico di vostra moglie! Come avete sparato contro il traditore di vostra figlia!

Il vecchio, col viso più nero del suo cappuccio, gli occhi verdi e rossi di collera e di sangue, staccò l’archibugio e sparò. Attraverso il fumo violetto dell’archibugiata vide il servo dare un balzo come la cerbiatta e fuggire urlando.

Allora si rimise a sedere davanti alla capanna, con l’arma sulle ginocchia, pronto a difendersi se quello tornava, senza pentirsi della sua azione. Ma le ore passavano e nessuno appariva. Cadeva una sera tetra e calma: la nebbia fasciava di un nastro grigio l’orizzonte e le vacche e le giovenche si attardavano