Pagina:Deledda - Chiaroscuro.djvu/297

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i tre fratelli 291


col capo fine e bruno carico di trecce dure e strette come corde, che l’altra non osava proseguire.

— Tu mi conosci, Carula, è inutile. Ricordati: eravamo dieci, in famiglia; sette fratelli come sette giganti, e tre sorelle come tre stelle. Avevamo un discreto patrimonio, ma i giovani benestanti dicevano con disprezzo: quando sarà diviso in dieci toccherà un canestro di farro a ciascuno! Così non mi volevano, perchè ero quasi povera. Ed io passavo la vita a lavorare, e pensavo cose di piccola creatura, pensavo: se i miei compaesani non mi vogliono verrà forse uno straniero, verrà un ospite bello e ricco che si innamorerà di me. Ma venivano gli stranieri, venivano gli ospiti, mi toccava di faticare per loro ed essi non mi guardavano neppure. Poi pensavo, — adesso che gli uccelli della fantasia son volati via, te lo posso dire, — pensavo: forse qualche notte un giovane perseguitato dal suo nemico, o dalla giustizia, si rifugierà da noi, ed io avrò cura di lui e quando tutto andrà bene ci sposeremo. Com’era semplice, vero? Così passò il tempo, tu lo sai, come il vento passa nell’aria. Morì mio padre, morirono le mie sorelle; venne l’anno del vaiuolo e la morte si portò via i miei fratelli come l’avvoltoio affamato si porta via gli agnelli dall’ovile; io rimasi sola come il filo d’erba sul ciglione, esposta a tutti i venti, ma.... il patrimonio non fu diviso! Allora i partiti fioccarono; tu lo sai, Carulè, non tu sola ti cingesti la benda