Pagina:Deledda - Chiaroscuro.djvu/300

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294 i tre fratelli


a Pauledda, e ricordando che una volta in paese straniero una donna lo aveva ospitato in casa sua, fasciandogli una ferita, pensava:

— A saperlo! Andavo da Pauledda, che ha le mani molli, mentre la mia ospite sembrava la madre dei venti, vecchia e scarmigliata com’era!

*

Pauledda cuciva nel suo cortile all’ombra del pergolato. Quando il portoncino era chiuso, a lei sembrava d’essere come una monaca nel suo chiostro, circondata dai muri alti del cortile e della casa che guardava sul monte. Il rumore del mondo le arrivava di lontano, come il rombo del mare o del vento nel bosco: buono a cullare i sogni di chi sta sicuro nel suo rifugio.

Il vento soffiava, infatti, in quei tiepidi pomeriggi primaverili, ma non turbava la quiete del cortile. Passava al disopra, il vento, agitando le foglie verdoline del pergolato che si sbattevano le une contro le altre, si abbassavano, si piegavano, si volgevano or qua or là, gialle di sole, pallide d’ombra, folli di vita e di passione ma sempre attaccate al tralcio scuro come gli uomini alla loro sorte; passava spingendo le nuvole d’oro che scaturivano come fiamme dalla montagna; passava portandosi via i profumi della siepe e il garrire delle rondini. E così le ore passavano, portandosi via le speranze e gli affanni della gente.