Pagina:Deledda - Chiaroscuro.djvu/53

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il cinghialetto 47


due grandi occhi neri spiano attraverso le canne della fragile prigione. Una vocina benevola parla al cinghialetto.

— Morsichi? Se non morsichi ti tiro fuori; se no buona notte e addio!

Il prigioniero grufola, soffia attraverso le canne; ma il suo grugnito è amichevole, supplichevole anzi, e la manina nera solleva il cestino; il cinghialetto lascia titubante il suo carcere e annusa il terreno intorno. Com’era diverso il mondo luminoso della montagna dal piccolo mondo scuro di questa cucina bassa e desolata, di cui il bambino, fratello del pastore, ha chiuso per precauzione la porta. Il focolare è spento; entro il forno, ove il cinghialetto spinge le sue nuove esplorazioni, sta ad essiccare un po’ d’orzo per il pane della povera famiglia.

— Bè, non vieni più fuori? Non sporcare l’orzo; non ne abbiamo altro e mia madre va a lavare i panni dei prigionieri per campare, e mio padre è in carcere.... — disse il bambino, curvandosi sulla bocca del forno.

Come colpito da quelle notizie il cinghialetto saltò fuori e i suoi piccoli occhi castanei dalle palpebre rossicce fissarono i grandi occhi neri del bambino: si compresero e da quel momento si amarono come fratellini. Per giorni e giorni furono veduti sempre assieme; il cinghialetto annusava i piedini sporchi del suo amico, e l’amico gli lisciava il pelo dorato e morato, o introduceva il dito nell’anello del suo codino.