Pagina:Deledda - Chiaroscuro.djvu/55

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il cinghialetto 49

Infatti tornò, qualche sera dopo, mentre nella cucina desolata la lavandaia dei carcerati parlava col suo bambino come con un uomo anziano.

— Sì, Pascaleddu mio, — si lamentava, ansando e torcendo il suo grembiale bagnato, — se tuo padre non viene assolto, non so come faremo; io non ne posso più, con quest’asma; e quel che guadagna il tuo fratellino non basta neanche per lui. Che fare, Pascaleddu mio? E l’avvocato, come pagarlo? Ho impegnato la mia medaglia e i miei bottoni d’argento, per prendere l’orzo: dove andrò, se mi continua questo male?...

La paesana agile e rossa entrò nella povera cucina, sedette accanto al focolare spento.

— Dov’è il cinghialetto, Pascaleddu? — domandò guardandosi attorno. Il bambino andò a mettersi davanti al forno, la guardò, selvaggio e sprezzante, rispose una sola parola:

— Vattene!

— Maria Cambedda, — disse allora la paesana, rivolta alla donna che sbatteva il suo grembiale per farlo asciugare, — lo sai che sto al servizio di un giudice. Nei dibattimenti egli fa da pubblico ministero. La mia padrona è una riccona; hanno un figlio unico, un diavoletto che fa tutto quello che vuol lui. Il