Pagina:Deledda - Cosima, Milano, Treves, 1937.djvu/242

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odio, sangue, dolore. Ma tutto forse potrà esser vinto per mezzo dell’amore e della buona volontà».

Queste ultime parole esprimono il suo modo di concepire la vita. È un modo di concepire profondo, serio, di tonalità religiosa, più spesso triste, ma non mai pessimista. Essa crede che nella lotta della vita il trionfo finale spetterà alle potenze del Bene. Il pensiero capitale, che domina tutta l’opera sua di scrittrice, risulta, chiaro e conciso, nella chiusa del suo romanzo Cenere. La madre di Anania, donna perduta, che, per non essere di ostacolo alla felicità del figlio, si toglie la vita, giace cadavere davanti a lui. Quando era bambino essa gli aveva dato un amuleto. Ora lo apre e trova che contiene cenere. «Sì, tutto era cenere: la vita, la morte, l’uomo; il destino stesso che la produceva. Eppure, in quell’ora suprema, davanti alla spoglia della più misera delle creature umane, che dopo aver fatto e sofferto il male in tutte le sue manifestazioni era morta per il bene altrui, egli ricordò che fra la cenere cova spesso la scintilla, seme della fiamma luminosa e purificatrice, e sperò, e amò ancora la vita».

Alfredo Nobel1 volle che il premio di letteratura venisse dato a chi colle sue opere letterarie avesse propinato all’umanità quel nettare che infonde salute ed energia di vita morale. Conformemente a questa volontà del testatore la Accademia Svedese ha aggiudicato a Grazia Deledda tale premio «per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano».

prof. schüch

  1. Quest’ultimo capoverso fu detto dal prof. Schüch in italiano. Abbiamo creduto interessante pubblicare questa «motivazione» per le cose che dice sulla giovinezza sarda della D.; non occorre dire che le condizioni dell’isola sono oggi alquanto differenti da come le prospetta lo Schüch.