Pagina:Deledda - Cosima, Milano, Treves, 1937.djvu/241

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appendice 191


richiamandoci alla immaginazione i costumi primitivi, quasi ci muoverebbe a dire: è una scena omerica. Nei romanzi di Grazia Deledda, più che nella maggior parte di quelli di altri autori, uomini e natura formano come un solo tutto. Quasi si direbbe che gli uomini siano piante germogliate dal suolo stesso della Sardegna. La massima parte sono gente del popolo, semplici, di un modo di pensare e di sentire primitivo, con qualche cosa in sé della grandiosità della natura sarda. Parecchi di loro hanno quasi la impronta di figure monumentali del Vecchio Testamento e, quantunque si distacchino di tanto dai tipi d’uomini conosciuti da noi, ci danno la impressione di essere incontestabilmente veri e tolti dalla vita reale. Non sono niente affatto fantocci da teatro, e Grazia Deledda sa bene l’arte di congiungere in modo eccellente realismo e idealismo.

Grazia Deledda non appartiene a quella schiera di scrittori i quali — come un tempo si diceva — lavorano a tesi e discutono problemi. Essa si è sempre tenuta lontana dalle battaglie del giorno e, quando Ellen Key cercò di interessarla a questi argomenti, rispose: «Appartengo al passato». Forse questa confessione dell’animo suo non è pienamente esatta. Grazia Deledda si sente per certo legata con forti vincoli al passato, alla vita del suo popolo e della sua razza nei tempi che furono. Ma ha saputo anche vivere e sentire col suo tempo. Soltanto per le teorie essa non prova interesse, ma ben ne prova per tutto ciò che è vita umana. In una sua lettera essa scriver « Il nostro grande affanno è la lenta morte della vita. Perciò dobbiamo cercar di trattenere la vita, di intensificarla, dandole il più ricco possibile contenuto. Bisogna cercar di vivere sopra la propria vita, come la nube sopra il mare ». Appunto perché questa vita appare a lei così ricca e così ammirabile essa non ha mai preso partito nelle lotte politiche, sociali e letterarie del giorno. Ha amato l’umanità più che le teorie, ed ha vissuto la sua propria, tranquilla vita, lontana dal frastuono del mondo. «Il destino» — scrive in altra sua lettera — «mi ha fatto nascere nel cuore della solitaria Sardegna. Ma anche se fossi nata a Roma o a Stoccolma, credo che non avrei cambiato natura e sarei sempre stata quella che sono: un’anima che si appassiona ai problemi della vita e che lucidamente vede gli uomini tali quali sono, pur credendo che potrebbero essere migliori, e che nessun altro, all’infuori di essi medesimi, mette ostacolo all’avvento del regno di Dio sulla terra. Tutto, invece, è