Pagina:Deledda - Cosima, Milano, Treves, 1937.djvu/240

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Giudicare del valore artistico del suo stile torna difficile per uno straniero. Citerò invece a questo proposito uno dei più noti critici italiani. «Il suo stile» — scrive egli — «è quello dei grandi maestri nell’arte di narrare ed ha quei tratti caratteristici che sono comuni a tutti i grandi autori di romanzi. Nessuno oggi in Italia scrive romanzi che per vigore di stile, potenza d’arte, struttura e importanza sieno paragonabili con alcuni, anche fra gli ultimi, lavori di Grazia Deledda, come La madre e Il segreto dell'uomo solitario». Solo si potrebbe notare che la composizione non ha tutta quella salda fermezza che sarebbe desiderabile: i repentini passaggi danno spesso l’impressione di un salto brusco. Ma questo difetto viene compensato ad esuberanza dai molti suoi meriti. Come dipintrice della natura pochi sono nella letteratura europea che possano starle a paro. Non fa inutile spreco di colori scintillanti, ma la natura, che essa descrive, ha le semplici, grandi linee del paesaggio antico, come ne ha la casta purezza e la maestà. È una natura in modo meraviglioso animata, che armonizza perfettamente colla vita psicologica dei personaggi che Grazia Deledda mette in quel quadro. Da vera e grande artista essa sa incorporare alle scene della natura le rappresentazioni dei sentimenti e delle costumanze del popolo. Mi basta solo ricordare la classica descrizione che nel suo Elias Portolu fa della vita dei pellegrini sul monte Lula. È in una mattina di maggio che la partenza ha luogo. Famiglia dopo famiglia, tutti salgono verso l’antica chiesa votiva, alcuni a cavallo, altri montati su vecchie vetture. Portano con sé il viatico per una settimana. Le famiglie più agiate prendono alloggio nel grande asilo, il «cumbissio maggiore», che sorge presso la chiesa. Sono i discendenti di quelli che hanno costruito la chiesa, ed ogni famiglia vi ha un chiodo infisso alla parete e un focolare che indica il posto che le spetta, nel quale nessun altro può mettere il piede. Là si raccolgono durante la sera, tutto il tempo che la festa continua, cuociono il loro cibo alla fiamma del focolare e si narrano poi leggende, suonano e cantano durante tutta la lunga notte di estate. Nel romanzo La via del male Grazia Deledda descrive nello stesso modo vivace le strane costumanze sarde in occasione di nozze e di funerali. Quando ha luogo un funerale, si chiudono tutti gli usci, si serrano tutte le imposte delle finestre, ogni fuoco si spegne, non è permesso di preparare alcun cibo, e le prefiche piagnucolano le loro nenie improvvisate: tutto vi è dipinto così al vivo e in un modo tanto semplice e naturale che,