Pagina:Deledda - Il cedro del Libano, Milano, Garzanti, 1939.djvu/224

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non cessa, per questo, anzi si fa più intima, quasi più maschia. Seduti sul suo ramo più ospitale, i ragazzi, — che tali per la madre sempre rimangono, — accompagnano il canto del fringuello, nei bei meriggi della tarda primavera, coi versi di Orazio e di Catullo; e, sollevando gli occhi alla cima intatta dell’albero, vedono il fiore «meraviglioso come una bandiera azzurra» del loro avvenire.

E arriva il giorno in cui essi non danno più confidenza all’albero: bisogna rispettare la piega dei pantaloni e non farsi vedere dalle signorine che passano nella strada. Ohimè, la strada è mutata, adesso; è un’arteria cittadina, e l’odore dell’asfalto ha ucciso il profumo della campagna. Case e palazzi sorgono intorno alla piccola dimora un giorno solitaria; ma il cedro, e altri compagni vegetali che adesso vivono nel giardino, si prendono cura di nascondere la nostra modesta esistenza quotidiana ai curiosi vicini. Il cedro, specialmente, preso l’aire, si è slanciato in alto con impeto di difesa e di protezione: ha in sè solo la potenza, la freschezza, l’armonia di una intera foresta: il suo verde riempie il vano delle finestre della casa; la sua cresta si dondola, al di sopra di tutte le cose intorno, su un orizzonte che ha l’illusione di un grande spazio, e gioca con le nuvole, e arde col tramonto, e ride con la luna: è già per sè stesso una bandiera sempre soffusa di azzurro, che sfida il tempo, sventola, d’estate e d’inverno, la promessa di una vita millenaria.


Il nostro cedro ha adesso venticinque anni.

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