Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/157

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neppure dallo stesso cagnolino, fa qualche passo, si piega, prende il lembo della corda e la tira a sé.

La bestia si ferma sulle quattro zampette magre, scodinzola, guarda la bambina in viso.

— Adesso ti faccio divertire io — mormora lei, con mistero.

Il cagnolino scuote le orecchie: pare dica di sì. Ella ha tirato su tutta la corda e dapprima se l’avvolge un po’ intorno ai polsi per cominciare il gioco del salto; poi d’improvviso la lancia verso il cagnolino e lo prende facilmente al collo, lo lega con un doppio nodo, lo trascina un poco; e poiché l’infelice la segue, innocente e allegro, ma non senza una certa riluttanza, ella lo incoraggia, lo rassicura, cammina indietreggiando per attirarlo meglio.

— E vieni, su, e vieni, e vieni...

La corda è lunga, sottile, forte; ella un po’ la fa andare alta, un po’ bassa, e anche lei si piega e si solleva e pare si diverta con la vittima come il gatto col topo.

Il cagnolino comincia ad abbaiare: s’è fatto serio, con gli occhi rossi cattivi. Ella ha una vaga paura: della bestia o di quello che improvvisamente pensa di fare? È sotto il fico; sotto il ramo basso fino al quale le sue piccole mani arrivano. E arrivano,