Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/187

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al banco: poi si volse verso la padrona sorridendole e facendole cenni misteriosi con le labbra e con le dita, finché lei scese dal suo trono e portò un’anfora di vino rosso sulla cui bocca egli si piegò come sulla bocca odorosa di una fanciulla innamorata.

— Non mi fate sfigurare, sora Nina — disse sollevandosi. — Qui si tratta di un nuovo avventore che sebbene forestiero può dirsi padrone di Roma. Guardatelo bene: ha venduto oggi tant’olio da calmare il Grande Oceano in tempesta. Oh, compare, su, coraggio, all’assalto.

Il compare pareva immerso in un sogno, tutte le sue facoltà visive e intellettuali concentrate sull’avventore seduto solo al tavolino dietro la vetrata della porta che gli serviva da paravento.

Quest’avventore era anche lui un uomo anziano, ben portante, vestito completamente di nero, col viso raso tinto da quell’inesorabile riflesso che il buon bicchiere lascia sul viso dei suoi adoratori: solo lo distingueva dagli altri il brillare degli occhiali d’oro misto a quello dei vividi occhi azzurri.

Teneva davanti una bottiglia dal collo slanciato come quello di una bella donna, e di tanto in tanto la piegava lentamente