Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/245

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della loggia sul giardino, trovò la sfinge nera del suo gatto.

Il gatto aveva assistito a tutto il trambusto senza smuovere neppure gli occhi d’opale, anzi profittando dell’assenza della padrona per prenderne il posto.

E all’urto della mano di lei che lo scacciava, si restrinse verso l’estremità della cassa, come per farle posto, e le si addossò: nel mondo, e specialmente nel mondo delle visioni, c’è spazio per tutti.

La padrona si scaldò al contatto della pelliccia del gatto calda di sole e provò un senso di felicità; si smarrì nella gioia della natura: fu tutta una cosa col sole che concentrava i suoi raggi sotto la breve volta: tutta una cosa col giardino roseo e giallo, e con le foglie del convolvolo che palpitavano sulla cancellata, sospese sull’azzurro dell’orizzonte, più rosse del cuore che arde d’amore: tutta una cosa con l’arco del sottoscala, ponte poggiato sui due punti estremi del sogno e della realtà.

La riscosse il rumore d’un volo frusciante come quello di un minuscolo dirigibile.

Un uccellino iridato si abbatté accanto a lei; e il gatto già gli era balzato contro con