Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/260

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pare emanata dai suoi rami tutti tesi al cielo; e a poco a poco sulla sua cima brilla la fiamma della luna che lo trasforma in un meraviglioso candelabro.

Io appoggio la testa al suo tronco, per prendere forza e consiglio: e lui mi dice di tacere, di resistere e aspettare.

Anche l’uomo, di là dal muro divisorio, taceva e aspettava. Sentivo bene che aspettava, nascosto, con pazienza selvaggia come quando era in agguato fra i lentischi ad attendere la cerbiatta felice dei monti.

Ma io non ero la felice perché inconscia cerbiatta dei monti, e lui lo sapeva: e se giocava la caccia a quel modo, prendendo di mira il cipresso perché sapeva che sotto la corteccia del cipresso circolava il sangue dei miei sogni, era per orgoglio, per salvarsi da un rifiuto; per orgoglio, ed anche forse per romanticismo: e in fondo l’orgoglio non è, in certi casi, una forma di romanticismo?

Egli voleva salvare la sua posizione davanti alle altre donne, e anche davanti agli uomini e sopratutto davanti a sua madre che lo considerava come un grande uomo e pure sapendo il segreto del gioco ci si prestava con dignità e fierezza.