Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/264

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ero io e a volte m’irritavo per la sua impassibilità.

Almeno si fosse decisa presto la sua sorte! La sentenza tardava, le udienze venivano sempre rinviate.

Solo in settembre il pretore sentenziò che nel termine di giorni trenta l’albero venisse abbattuto.

Allora si presentò un falegname che offrì di comprare il legno e versò i denari anticipati.

Per non assistere al delitto presi una decisione disperata: andar via, per qualche tempo, in una città. Ed era per me come il viaggio di uno che per dimenticare una sua passione combina una pericolosissima spedizione in terre inesplorate.

Ricordo la sera dell’addio: il cielo era già d’una glauca trasparenza invernale, con fredde luminose nuvole di rame: e l’albero vi si appoggiava con un senso di misteriosa rilassatezza come di uno che dorme in piedi addossato a un muro.

Ed io vi stetti sotto, piangendo il passato morto, ma partecipando a quell’abbandono nell’infinito, come quando sotto i cipressi dei cimiteri il dolore pei nostri morti si riposa nel pensiero dell’eternità.