Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/263

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— Io sono giovane e ubbie non ne ho: e voglio vivere, e possedere il mondo — le dico con voce così alta che ella si tappa comicamente le orecchie. — Il cipresso non lo tagliamo, no, perché a me piace: a me vedete, sembra invece l’albero della fortuna, e voglio tenerlo.

— Va bene, — ella disse sottovoce: — ma tu conosci la legge?

— La legge me la faccio io.

Ella non replicò: si alzò, piano piano, come per farmi veder meglio come era alta: era alta, sì, davanti a me piccolina, e rigida e forte della sua dura vecchiaia: non le mancava che un codice in mano per rappresentare la legge.

Un mese dopo venne l’usciere con la carta bollata che domandava la morte dell’albero.

Fu la volta che tutti in casa si trovarono d’accordo a resistere alla pretesa del vicino: si cominciò dunque la lite, e dapprima gli avvocati, poi il vice pretore e i cancellieri vennero a fare il sopraluogo.

L’albero se la godeva nella primavera dolce che gonfiava e lucidava le sue foglie austere: non era mai stato così rigoglioso; e odorava di ginepro: quella che soffriva