Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/270

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Il cane adesso mi veniva accanto, misurando il suo passo col mio: a volte si fermava e annusava le alghe, poi guardava il mare scuotendo le orecchie: cercava senza dubbio qualche cosa, a misura che tornavamo giù. Se io però gli accarezzavo la testa sollevava gli occhi e mi prometteva fedeltà.

Arrivati dov’erano i contadini si fermò, immobile, con le zampe nell’acqua, gli occhi, attraverso le sbarre della museruola, fissi nelle lontananze del mare. Pareva un prigioniero tornato nel carcere dopo una breve fuga.

— È vostro? — domando ai contadini.

— No, signoria; credevamo fosse suo. Si vede che ha perduto il padrone.

E per quanto lo tentassi non volle più seguirmi poiché adesso non si trattava più di giocare. Lì aveva perduto il padrone, e lì rimase ad aspettarlo.

Quante cose tu mi hai insegnato oggi, o grande cane dai verdi occhi che dunque sanno mentire come quelli degli uomini!

E fra le altre m’insegni che bisogna fermarci dove ci siamo smarriti, e solo giocare con le illusioni che passano, aspettando che il nostro unico padrone, la nostra coscienza, venga a riprenderci.

FINE