Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/269

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L’uomo qui non arriva; eppure si ha paura di incontrarne uno; bisogna tornare indietro, dove si è in molti, e l’uno ci guarda dal male dell’altro.

Ma il cane va ancora avanti per conto suo, anzi balza in terra e si avvoltola nella rena, gioca con un fuscello, si stende in su, col ventre nudo fremente, le zampe che pare vogliano abbrancare il cielo.

Ho l’impressione che si sia già dimenticato di me e voglia star solo con la sua folle gioia di libertà: ho come sempre giocato con la mia fantasia a crederlo d’intesa con me.

E torno indietro sola; ma ho fatto pochi passi che sento un galoppo nell’acqua: la bestia mi raggiunge, mi sorpassa, si volge e senza fermarsi mi guarda: e mai ho veduto uno sguardo più supplichevole.

— Non mi lasciare, — dice quello sguardo, — se mi vuoi vengo con te, anzi ti precedo per farti sicuro il cammino e per arrivare prima di te dove tu devi arrivare.

Questo cane dunque è mio: se non è dei contadini è certamente mio: e voglio prenderlo; gli farò custodire il giardino, e nelle ore di solitudine ce ne staremo assieme all’ombra di un albero, paghi della nostra amicizia. E gli farò custodire anche la casa.

Così penso; poiché da piccoli calcoli, come i bei fiori dai loro semi, nascono le nostre generosità.