Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/53

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Il padre era stanco e serio, come del resto sempre dopo le sue interminabili ore d’ufficio.

— Ma sei sicuro che sia al podere? — disse.

— E dove vuoi che sia? A Parigi?

— Tutto può darsi.

Era ironico o tragico, il padre?

Neppure il figlio riusciva a saperlo; ad ogni modo sorrise, ma con un vago terrore dell’ignoto in cuore.

— Ad ogni modo, babbo, tu domani dovresti andare al podere.

— Io? Ho l’ufficio. Sai che c’è il foglio di presenza, adesso.

— Allora ci andrò io, ma vedrai che non mi ascolterà, vedrai. È necessario che ci vai tu.

— Ti dico che non posso.

— Ma questo accidente di ufficio...

La discussione si animava quando fu suonato il campanello della porta: e il cuore dei due uomini vi fece eco.

Finalmente! Era certo un telegramma, un segno di vita. Corsero tutti alla porta, anche il padre, anche la serva con la forchetta in mano.

E dietro la porta c’era lei; e per maggior conforto portava un cestino d’uva.