Pagina:Deledda - Il nonno, 1908.djvu/17

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Solitudine I

Sebiu, il guardiano del carbone, sonnecchiava e sognava.

Gli pareva d’essere a casa sua, nella piccola cucina oscura, dulla cui porticina si scorgeva lo sfondo di un cortiletto umido e triste. Sua moglie, curva sul focolare, arrostiva sulle brage una focaccia di farina e di formaggio fresco. Sdraiato sulla bisaccia di lana, grigia e nera, morbida come un tappeto, egli contemplava sua moglie con passione, e pensava che dunque la malattia di lei e l’ordine del dottore di star separati almeno per qualche mese, finché lei non guariva, tutto era stato un brutto sogno.

Nel sogno egli ricordava di essere partito una sera, ai primi d’aprile, e d’aver accettato il posto di guardiano nella piccola baia Delunas, tanto per obbedire all’ordine del medico. Come fosse ritornato a casa non ricordava. Si sentiva felice come nei primi giorni del suo matrimonio.

Ella era lì, davanti a lui, sana, fresca, amorosa: egli la guardava con desiderio e fremeva.