Pagina:Deledda - Il nonno, 1908.djvu/18

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16 grazia deledda

- Pottòi vieni qui... Manda al diavolo quella focaccia! Vieni qui: ho da dirti una consa...

Ella però fingeva di non sentirlo: le premeva più la focaccia che l’invito di lui.

Egli cercò di sollevarsi, ma non potè: stese le braccia e gli parve che le sue dita, semiparalizzate da un intenso formicolio, vibrassero a un tratto come corde metalliche.

- Pottoi! Aiutami. Che ho?

Allora la donna parve spaventarsi, lasciò la focaccia e gli si avvicinò: ma quando si accorse che egli aveva le mani e la faccia tinte di carbone non volle toccarlo. Egli rimase così, a lungo, supino, con le braccia tese e le mani e i piedi agitati da un formicolio doloroso: sua moglie, svelta e bella nel suo costume giallo e violaceo, lo guardava dall’alto, coi suoi occhi grigi, carezzevoli, e rideva. Il suo viso bianco e rotondo, pieno di fossette, le suo labbra sporgenti, i suoi occhi socchiusi e voluttuosi provocavano maggiormente il giovane marito. Egli fece uno sforzo estremo per sollevarsi, e si svegliò. Davanti a lui, attraverso l’apertura della capanna, biancheggiava il quadro melanconico di cala Delunas. La luna cadeva sul mare grigiastro: i mucchi del carbone si disegnavano come piccole piramidi nere sullo sfondo chiaro della spiaggia.

Del suo sogno non rimaneva che la bisaccia, filata e tessuta da Pottoi. Egli cercò di riaddormentarsi, ma ad un tratto, tra il fruscio ininterrotto delle onde, udì un grido lamentoso. Da prima