Pagina:Deledda - Il nonno, 1908.djvu/19

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solitudine 1 17


il grido parve venire dal mare; poi tacque, ricominciò dietro le piramidi nere, tacque di nuovo, risuonò ancora in lontananza, fra le macchie e i paludi.

Sebiu trasalì: ma poi si ricordò che la primavera s’inoltrava.

— È il cuculo! - pensò.

Si riaddormentò e ricominciò a sognare. Gli pareva d’esser vicino alla stazione ferroviaria del suo paese: udiva il rombo del treno in arrivo; udiva un fischio prolungato, stridente, un suono di catene, di campane, di martelli, di cui l’eco ripeteva la vibrazione metallica. Ma invece del treno arrivò il veliero che ogni lunedi caricava il carbone a cala Delunas. I marinai, neri come zingari, fissavano gli occhi lucenti sul volto del guardiano e facevano smorfie indecenti. Egli si svegliò ancora di soprassalto.

La luna tramontava sul mare d’un grigio violaceo, rossa come una falce insanguinata.

Per un momento, stordito e disgustato dal sogno, il guardiano fissò gli occhi appannati davanti a sè, sulla distesa degli scogli rossastri alla luna.

Era sveglio, ma sentiva ancora, oltre il fruscio delle onde i fischi, il rombo, le campane, il canto del cuculo. Gli pareva che un treno passasse al di là delle macchie, nella strada provinciale.

Si portò i pollici alle orecchie, se le chiuse, un momento, e si accorse che i rumori erano dentro la sua testa.

— Sta a vedere, diavolo, che prendo lo febbri. Mi manca solo quello! - disse a voce alta, met-