Pagina:Deledda - Il nonno, 1908.djvu/20

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18 grazia deledda


tendosi a sedere. E scosse le braccia, aprendo e chiudendo le mani ancora tormentate da un intenso formicolio. Allora egli ebbe paura. Non era mai stato malato.

- Proprio ora! No, no. Sant’Eusebio mio, no, no!

S’alzò e uscì fuori dalla capanna. La notte, dolce e tiepida, sembrava una notte di giugno.

Dietro la capanna si stendeva una landa rocciosa e paludosa, coperta di macchie selvagge, e chiusa, in lontananza, da una linea di colline grigie, che erano come le prealpi dei monti lontani.

Il mare selvaggio delle coste orientali dell’isola, agitato, verso la spiaggia, anche nelle notti serene come quella,si sbatteva contro le roccie della landa, non contento di coprire e sorpassare gli scogli lunghi e levigati, che all’ultimo barlume della luna parevano grossi pesci neri e rossastri abbandonati sulla spiaggia.

Sebiu, dopo aver fatto un giro attorno ai mucchi di carbone, si fermò un momento sotto una specie di tettoia di frasche e di rami, che sorgeva dietro la capanna. Gli pareva d’udire un passo d’uomo, rapido e furtivo. Egli non aveva paura che venissero a rubargli il carbone, merce di poco prezzo: ma sotto la tettoia s’ammucchiava una grande quantità di socchi vuoti, e non era la prima volta che qualche ladro tentava di impadronirsene.

Soblu dunque stette in ascolto, sporgendo la testa fra i rami della tettoia e aguzzando lo sguardo fattosi improvvisamente selvaggio. Dal suo posto vedeva