Pagina:Deledda - Il nonno, 1908.djvu/23

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solitudine 1 21


brocca in un cestino di canne posato sopra una pietra.

Il frate gemeva, con un lamento così rauco e ansante che Sebiu fremeva di pietà. Tuttavia, quando ebbe finito di accendere il fuoco e si volse, egli non potè fare a meno di ridere. Il frate stringeva fra le mani la sua barba e i suol capelli: pareva mi li fosse strappati in un impeto di dolore, e ancor prima che l’altro si fosse rimesso dalla sorpresa, li buttò sul fuoco. Sotto il grosso batuffolo grigio e nero, la fiamma s’abbassò, poi divampò più alta; un odore di peli bruciati si sparse fino alla spiaggia.

Sebiu rideva come un bambino. Il frate s’inginocchiò e cominciò a levarsi la tonaca.

— Aiutami, figlio mio... Brucia anche questa: ne no... se no... Sono un uomo morto, figlio mio...

— Malanno! Non ti vorrei per padre! - pensò il giovine: ma cessò di ridere, e lo aiutò a sposarsi della tonaca, levandogliela su per la testa, come una camicia. Allora, al posto del misterioso frate, apparve un paesano, vestito con un costume nero, da vedovo. Era un vecchio, sbarbato e calvo: la bocca livida e rientrante e le guancie infossate, giallastre, parevano quelle di un cadavere.

— Eccovi scorticato, buona lana! - disse Sebiu fra sè, e nonostante le preghiere del ferito, invece di bruciarla, attaccò la tonaca ad un piuolo, ricordandosi che quando era pastore faceva altrettanto con le pelli dei montoni appena scorticati. Poi si curvò di nuovo e aiutò l’uomo a slacciarsi le vesti, macchiate di sangue.