Pagina:Deledda - Il nonno, 1908.djvu/51

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solitudine 1 49

— Saran state le nove, ieri sera: quando ho sentito battere alla porta. Credevo fosse Sebiu, anzi mi spaventai, pensando: che egli stia poco bene? Domandai: Chi è? Amici, risponde una voce alta e chiara. Apro, e chi vedo? Un frate, uno di quei frati che sovente passano da queste parti questuando. Egli si tirava dietro un cavallo carico di bisacce colme, ed io posso giurare che queste bisacce mi parvero piene di grano. Per non lasciare il portone aperto, credendo sempre che il frate domandasse la questua, io gli diedi una lira che tenevo in tasca. Egli prese la moneta, e mi disse:

«— Dio te ne rimeriti, buona donna; ma tu dovresti farmi mi favore, per amor di Dio. Devi tenermi una di queste bisacce, fino a domani mattina. Ho paura che, dove vado a passar la notte, mi sottraggano un po’ di grano. Domani mattina ripasserò e riprenderò la bisaccia.

«— Date pur qui, - dico io, un po’ meravigliata - purché non ripassiate prima dell’alba...

«— No, puoi star sicura, - egli risponde, e tira giù una bisaccia, se la carica sulle spalle, la depone in un angolo sotto la tettoia, lì nel cortile. Poi se ne va ed io chiudo il portone. Non vi nascondo che la cosa mi sembrava un po’ strana: non sono una donna semplice, io! Mentre il frate scaricava la bisaccia, io ebbi l’impressione che questa pesasse poco.

«Mi vennero in mente delle brutte idee. Pensai: qualche maligno, qualche individuo che vuol male a Sebiu può averci giocato un tiro. Se nella bi-